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Ricordo il mio primo libro. Non il primo che ho letto, il primo che ho apprezzato. C’è una bella differenza. Fino a dieci anni lessi svogliatamente e solo perché costretto da entità superiori, ovverosia scuola e famiglia. Libri seri, “formativi”. Primo punto a suo favore: non era formativo. All’epoca almeno, adesso Asimov lo mettono anche nelle antologie scolastiche (e bellamente ignorato, da quanto asserisce mio figlio). Secondo punto a suo favore: aveva una storia oltre quella che dava ad intendere il titolo, scritta da anni di passaggi di proprietà, prestiti, letture notturne (qui vado d’immaginazione), insomma, aveva vissuto un sacco di traversie prima di giungere nelle mie mani, acquistato ad una bancarella, ma che dico, regalato, visto che era zuppo di pioggia. Anche da asciutto, il libro era rimasto gonfio, e poggiato sul comodino sembrava una fisarmonica. Leggendolo, mi accorsi che ogni pagina che voltavo schioccava, per via del fatto che erano deformate e in tensione. Lo stesso libro, quando lo aprivo, produceva un grande schiocco, ma più baritonale. La copertina invece era molle, tipo gommapane, con la cover di Karol Thole semisciolta ed i colori semi-mischiati, risultando ancora più alienante.
Adesso l’E-Reader che mi ha regalato mia moglie mi guarda di sottecchi dalla scrivania, freddo e traslucido, con all’interno fantasmi di libri, e mi preparo con la morte nel cuore a sfogliarne le pagine incorporee.